Ilaria Centola presenta

Survival

di Gabriele Buratti

La storia dell’uomo è anche la storia della sua illusione di dominio. Città, infrastrutture e paesaggi trasformati sembrano affermare il primato della civiltà sulla natura, eppure, sotto la superficie di questa apparente supremazia, continua a pulsare una forza più antica, capace di attraversare il tempo, adattarsi e ricominciare.

La pittura di Gabriele Buratti mette in scena un silenzioso ribaltamento: animali dalla presenza assoluta abitano metropoli deserte, architetture ormai prive della loro funzione originaria. L’assenza dell’uomo non genera il vuoto, ma rende visibile ciò che è sempre esistito e che attende soltanto di riemergere. La natura non conquista nuovi territori: torna semplicemente a occupare quelli che non ha mai smesso di considerare propri.

Durante la pandemia queste immagini hanno trovato un inaspettato riscontro nella realtà. Cinghiali, cervi e altri animali hanno attraversato città improvvisamente sospese, rivelando quanto fosse  fragile  il confine che separa l’ambiente costruito da quello naturale. Bastò il rallentamento dell’attività umana perché emergesse con evidenza una verità spesso dimenticata: la nostra centralità è soltanto una narrazione.

In questo senso Gabriele Buratti  dialoga con il pensiero di Timothy Morton, che invita a superare l’idea di una natura come realtà esterna all’uomo. Siamo parte dello stesso sistema ecologico che pretendiamo di controllare, e ogni tentativo di separarci da esso finisce per produrre squilibri sempre più profondi.

In queste opere gli animali non sono simboli romantici né presenze decorative. Sono i veri custodi della continuità della vita. La loro perfezione non è estetica, ma evolutiva: incarnano un’intelligenza ancestrale fatta di adattamento, equilibrio e rispetto dei cicli naturali. Al contrario, le città appaiono come monumenti a un progresso che, spinto oltre ogni limite, finisce per consumare il paesaggio e sé stesso.

“Survival" non celebra la scomparsa dell’uomo. Piuttosto, invita a ripensarne il ruolo. Forse la vera evoluzione non consiste nel continuare a espandere il nostro controllo sul mondo, ma nel riconoscere i limiti di quel controllo. Osservare gli animali significa allora osservare forme di intelligenza sedimentate in milioni di anni di evoluzione, capaci di insegnare misura, adattamento e interdipendenza.

La natura non ci appartiene. È lei che, pazientemente, continuerà a sopravvivere a noi. La domanda che questa mostra ci pone è se saremo ancora capaci di farne parte. 

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